20/03/2025

Patañjali Yoga Sūtra

Il testo radice, il testo di riferimento, dello Yoga Darśana (scuola, filosofia, dottrina, pensiero, visione, prattognosi).

Piccola introduzione

Provare a sintetizzare in poche righe un testo mastodontico come questo, è impresa praticamente impossibile, però ci provo e vediamo se ne viene fuori qualcosa di buono!

Iniziamo con raccontare che esistono diverse classificazioni delle scuole (Darśana) di pensiero indiane ortodosse, la più conosciuta ne indica sei, divise in tre coppie:

  • Mīmāṃsā e Vedānta,
  • Nyāya e Vaiśeṣika,
  • Yoga e Sāṃkhya

Ortodosse, significa che riconoscono la verità e autorità del VEDA, ovvero un corpus di testi sacri considerati eterni, senza autore, rivelati e, in quanto eterni, da sempre e per sempre esistenti e portatori di verità!
Yoga Darśana è quindi una delle scuole di pensiero che riconosce l’autorità di questi testi.

Yoga e Sāṃkhya

Viaggiano insieme e, spesso, sono considerate come un’unica scuola di pensiero: da una parte la teoria (Sāṃkhya) e dall’altra la pratica (Yoga).

Da questo possiamo evincere che, se non conosciamo il Sāṃkhya, non possiamo comprendere Yoga!

Semplificando tantissimo, Sāṃkhya significa enumerazione, è l’elenco dei principi cosmici ed individuali, una sorta di fotografia della composizione del macrocosmo e del microcosmo, ed è una visione DUALE, così come duale è la visione Yoga di Patañjali.

Sempre semplificando davvero tantissimo, duale significa che da una parte abbiamo i Puruṣa le monadi spirituali, la nostra vera natura, l’anima eterna, reale, increata, cosciente, inattiva, semplice e dall’altra la Prakṛti, anch’essa eterna, reale, increata, ma attiva, incosciente, unica e composta (dai  tre guna, le qualità intrinseche alla Prakṛti) la causa originaria, la natura naturante, il principio da cui, come una cascata che si evolve dal sottile al grossolano, si esplica tutto ciò che compone il mondo fenomenico, ovvero tutto ciò che è imprigionato nella ruota del saṃsāra, il ciclo di nascita, morte e rinascita..

La cosa interessante di questa visione, è l’assenza di qualsiasi concetto di divinità, non esiste in questa visione un Dio creatore e foriero di grazia.

Sarà Patañjali ad inserire il concetto di Īśvara, una sorta di Puruṣa supremo, perfetto, a cui aspirare.

Con il passare dei secoli, la figura di Īśvara sarà sempre più vicina al nostro concetto di Dio.

Ma chi era Patañjali?

Usando le parole del Prof. Diego Manzi, Patañjali è una personalità tanto nota quanto ignota!

In india viene adorato come il triplice maestro: Maestro di Yoga, Medico e grammatico.

Dal punto di vista storico, per una questione di date, non è possibile ricondurre queste tre figure alla medesima, con ogni probabilità il Patañjali.autore dello Yoga Sūtra è vissuto intorno al IV°secolo D.C. ed era un Maestro Sāṃkhya.

Il suo grande merito è stato quello di mettere insieme il materiale preesistente e sistematizzarlo in un unico testo.

Come a dire che non inventa nulla, ma, da grande conoscitore dei testi antichi e a lui contemporanei, riesce a produrre un’opera che riassume i concetti fondamentali delle visioni che lo precedono, senza perdere il contatto con il suo presente.

Infatti, nel testo troviamo influenze del buddismo, anche se questo non verrà mai apertamente dichiarato o accettato; Il buddismo è una delle scuole indiane eterodosse, che non riconoscono l’autorità del Veda.

Il metodo che Patañjali ci porge in modo tanto sublime attraverso lo Yoga Sūtra può essere riassunto così:

“Yoga come antropotecnica. Un insieme di tecniche escogitate per superare il dolore e gli stati di negatività.”

La centralità del dolore (duḥkha), avidyā e la ruota del saṃsāra.

[Colui che discrimina, dunque sa che ] è il disagio non ancora giunto che va eliminato”

YS 2:16 traduzione Diego Manzi

Duḥkha, il dolore, il disagio è centrale nella visione Yoga.

La vita è sofferenza, la sofferenza è causata da una falsa identificazione: il Puruṣa si identifica erroneamente con la Prakṛti e questo crea tutta una serie di disagi che portano l’essere umano a continuare all’infinito a riprecipitare nella vita perpetuando la ruota del saṃsāra: nascita, morte, rinascita.

Questa falsa identificazione, avidyā, è uno stato di ignoranza paragonabile ad una malattia universale.

“La malattia universale che cura lo yoga è il dolore cosmico, la causa è l’ignoranza che confonde Spirito e Natura, la guarigione è l’isolamento dello Spirito e il mezzo per attuarlo è la conoscenza discriminativa.” Paolo Magnone – Aforismi dello Yoga 

La conoscenza discriminativa ci consente di riposare nella nostra vera natura spirituale, di eludere il velo dell’ignoranza (avidyā) e di uscire eternamente dalla ruota del saṃsāra.

Sūtra: cosa significa?

Lo stile di scrittura in Sūtra ha caratteristiche ben precise.

Si tratta di stringhe molto succinte, il verbo è assente e viene intuito dalle parole che compongono l’aforisma.
Questi aforismi hanno, volutamente, una struttura ermetica, di difficile comprensione senza un commento di chi conosce bene la materia.

Questa modalità rende il testo plastico, non lo irrigidisce.
Ogni stringa trova il suo posto nel tempo, non invecchia, proprio grazie a questa sorta di imperscrutabilità.

Sūtra è una parola sanscrita che significa filo, corda, linea, ma anche ciò che, come un filo, lega tutto insieme.
I Sūtra legati insieme come fili che formano manuali di insegnamento. Per estensione, prende il significato di Aforisma, una frase che con poche parole riassume esperienza, considerazioni e osservazioni.

Patañjali Yoga Sūtra

Iniziamo dicendo che questo è un testo dedicato a chi ha scelto una vita ascetica e che sarà difficile trovare qui ciò che oggi conosciamo come Yoga.
La pratica fisica degli Āsana e la ricerca del benessere psicofisico per vivere meglio questa vita, interessa poco a Patañjali, se non come primo strumento per poter poi progredire nella pratica ascetica e spirituale.

Questo però non significa che non sia il testo fondamentale per chi vuole praticare lo Yoga contemporaneo, si tratta solo di un percorso più lungo.
Come dire: si inizia dal corpo per arrivare allo spirito.

Il testo è composto da 196 aforismi, suddivisi in quattro capitoli.

  • Samādhi Pāda(समाधिपादः), 51 sūtra
  • Sādhana Pāda(साधानपादः), 55 sūtra
  • Vibhūti Pāda(विभूतिपादः), 56 sūtra
  • Kaivalya Pāda(कैवल्यपादः), 34 sūtra

Come da tradizione, già nei primi tre aforismi troviamo tutto quello che ci serve per comprendere di cosa tratta il testo

  1. Ora inizia la spiegazione dello Yoga
  2. Lo yoga è quel metodo che porta allo spegnimento delle vorticosità della mente
  3. Colui che ferma le vorticosità della mente, riposa quindi nella sua reale natur

Da qui in poi, inizia la spiegazione di come arrivare allo stato di beatitudine, alla liberazione dal dolore, al raggiungimento del Samādhi, scopo ultimo e unico della pratica.

Quello che fa Patañjali è darci un metodo preciso, una strada da seguire e ogni indicazione viene motivata e illustrata in molti modi.

I pilastri della pratica sono due:

Abhyāsa e Vairāgya  

Questi due termini si possono tradurre così:

la pratica costante e reiterata dello sguardo discriminativo (vivekadarśanābhyāsena) e il distacco, lo “stingimento”, lo scoloramento dalle cose che riguardano il mondano.

1:12 “Gli stati mentali sono fermati con la pratica e il distacco”

1:13 “Di questi, la pratica è lo sforzo a essere focalizzati nel concentrare la mente”

1:14  “La pratica diventa stabile quando è stata coltivata senza interruzioni e con devozione per un periodo prolungato”

Il secondo Pāda, dedicato proprio al metodo, inizia con la descrizione del Kriyā Yoga.

2:1 “ Kriyā Yoga, il cammino dell’azione, è costituito da autodisciplina, studio e devozione al signore”

Prosegue poi raccontandoci gli ostacoli che troviamo nel nostro cammino che sono ostacoli della mente: l’ignoranza della nostra vera natura, l’ego, l’avversione, la paura della morte e l’attaccamento alle cose, ai pensieri e alla vita così come la conosciamo.

Per raggiungere la mente che discrimina (viveka) abbiamo quindi a disposizione già due metodi:

  1. La pratica reiterata e il distacco
  2. Autodisciplina, studio e devozione

E’ dall’aforisma 28 del secondo capitolo che viene introdotto un terzo metodo, quello che nello yoga contemporaneo viene più citato e dove troviamo, finalmente, gli Āsana, anche se in modo completamento diverso da come intendiamo oggi la pratica delle posture: gli otto passi dello yoga!

Gli otto passi dello yoga

Come accennato in precedenza, è nel secondo capitolo che inizia la descrizione in maniera dettagliata, degli otto passi, o rami (anga) della pratica, descrizione che prosegue nel terzo capitolo, come ad indicare una divisione tra i primi cinque e gli ultimi tre.

Infatti i primi quattro anga sono da considerare pratiche esterne, il quinto anga è una sorta di intermezzo che collega i primi agli ultimi tre, che sono da considerare come dei supereroi, pratiche superiori e risolutive.

2:28 “Con la distruzione delle impurità attraverso la pratica dello yoga, sorge la luce della conoscenza. Questa culmina nel discernimento discriminante.”

2:29 “Gli otto anga sono astensioni, prescrizioni, posizioni, controllo del respiro, ritiro dei sensi, concentrazione, meditazione, assorbimento”

Proverò a spiegarli uno per uno:

  • YAMA – le astensioni –

Cinque sono le astensioni che formano il primo anga:

  1. Ahiṃsā – non nuocere, non violenza

Questo anga è il più importante e ci dice che dobbiamo sforzarci di non essere in alcun modo violenti, nei pensieri, parole e azioni.

  1. Satya– verità, sincerità, non solo nei confronti degli altri ma anche verso sé stessi.
  2. Asteya– non rubare –
  3. Brahmacharya– continenza, castità
  4. Aparigraha– trattenersi dalla cupidigia, moderazione
  • NIYAMA – le prescrizioni-

Cinque sono le prescrizioni:

  1. Śauca- pulizia del corpo
  2. Saṅtoṣa- appagamento
  3. Tapas- ardore, autodisciplina
  4. Svādhyāya- studio approfondito dei testi sacri
  5. Īśvara praṇidhāna- abbandono a Īśvara

Ci sarebbe tantissimo da raccontare per descrivere pienamente questi due anga, ma per il momento ci accontentiamo di conoscerne il significato più immediato.

  • Āsana – la posizione

Ho volutamente tradotto al singolare perché nel testo si parla di posizione stabile e confortevole, si intende probabilmente una posizione comoda in cui stare per meditare.

La posizione dovrebbe essere realizzata con il rilassamento dello sforzo e l’assorbimento dell’infinito.

  • Prāṇāyāma – controllo del respiro

Quando la posizione è eseguita senza sforzo, segue la regolazione del respiro che entra ed esce.

Nella pratica odierna eseguiamo tanti esercizi volti al controllo del respiro, come già detto, il respiro ha un ruolo strategico nel proseguimento della pratica.

 

  • Pratyāhāra – il ritiro dei sensi verso l’interno

Una sorta di isolamento sensoriale in cui il praticante si distacca dagli oggetti stimolati dai sensi per entrare in una forma di ascolto interiore che, appunto, esclude i sensi e attiva una percezione di intimo incontro con la propria vera natura.

  • Dhāraṇā – la concentrazione –

Una volta che si è giunti a padroneggiare il ritiro dei sensi, la mente rimane a lungo concentrata su un unico oggetto, senza divagare, senza distrazione.

  • Dhyāna – meditazione profonda –

Qui finalmente raggiungiamo lo stato di completo raccoglimento, la mente non vaga ed è ferma, stabile, lucida, silenziosa.

  • Samādhi – assorbimento –

Congiunzione del meditante con l’oggetto meditato, stato di beatitudine, assorbimento della coscienza nel sé. Patañjali descrive vari stadi di assorbimento, ci indica tutti i pericoli che derivano dal raggiungimento di questo stadio e i poteri sovrannaturali che il praticante può ottenere grazie al raggiungimento del Samādhi.

“La liberazione finale avviene quando i Guna (le qualità intrinseche della natura), privi di qualsiasi scopo per il Puruṣa, ritornano al loro stato originario [latente]; in altre parole, quando l’energia della coscienza si trova nella sua natura essenziale” YS 4:34

CONCLUSIONI

Questo mio testo vuole essere una brevissima introduzione al capolavoro redatto da Patañjali, un piccolo riassunto che permette di intuire la complessità del pensiero indiano, spesso semplificato e stravolto per poter essere utilizzato con facilità. Ma non c’è nulla di facile, magari semplice sì, ma facile per nulla!

Per “maneggiare” la pratica ci vuole passione, dedizione, volontà, disciplina e tantissima pazienza.

Personalmente, ho faticato molto a comprendere l’importanza e la bellezza di questo testo, ho dovuto studiare tantissimo e farmi aiutare da chi ha le competenze per raccontare questa grandezza.
Nei tanti anni di studio, pian piano questo testo ha trovato il suo posto, regalandomi una visione chiara del funzionamento della mente, dei meccanismi che ci portano a produrre costantemente pensieri, quell’incessante rumore che ci sovrasta e ci impedisce di guardare alle cose con occhi limpidi.

Ho imparato, con lo studio e la pratica, che possiamo in qualche modo controllare questo mezzo straordinario che abbiamo a disposizione, la nostra mente, ho imparato che il respiro è centrale, incredibile mezzo che conduce alla quiete.

Viviamo spesso confusi e infelici, come un uccello intrappolato che sbatte contro un vetro.
Questo testo è un trattato di psicologia, ci offre informazioni di valore inestimabile per comprendere il funzionamento dei pensieri e ci regala un metodo per imparare a controllarli e, infine, superarli.

Possiamo raggiungere uno stato di gioia interiore che rimane salda e imperturbabile, non so se eternamente, ma certamente possiamo rendere questa vita più vivibile e piena.

SE VORRAI APPROFONDIRE ULTERIORMENTE, IL 22 MARZO 2025 ALLE ORE 10.30
CI SARA’ UNA LEZIONE SPECIALE DEDICATA PROPRIO A QUESTO ARGOMENTO!!

 

FONTI:

  • Chi sono io? – Diego Manzi – Le lettere
  • Gli Yoga Sūtra di Patañjali – Edwin F. Bryant – Edizioni Mediterranee
  • Aforismi dello Yoga – Paolo Magnone – Magnanelli
  • yogapedia.it
  • wikipedia.org
  • CLICCA QUI se vuoi leggere l’articolo dedicato ai “Pilastri dello Yoga”